ALESSANDRO COMBERLATO EX IMI 

 

Cosi Alessandro Comberlato EX IMI, classe 1919 tuttora vivente, ricorda il 2 aprile 1945, lunedì di Pasqua, giorno della sua liberazione nella polveriera di Hessisch-Lichtenau.

 

...Già da alcune settimane sentivamo i colpi di cannone sempre più vicini, e diversi soldati tedeschi mostravano nei nostri confronti un atteggiamento quasi amichevole, la nostra speranza stava diventando realtà, stavano arrivando gli Alleati... 

  ...a metà febbraio 1945 ebbi un sogno premonitore: vidi un’ombra che veniva verso di me   nell’oscurità in mezzo ad un prato, riconobbi mia madre morta e rivolgendomi a lei le dicevo: ah mamma, mamma, quanto si soffre in questo mondo!. E lei mi rispondeva: Coraggio Sandro, è presto finita! Così fu.

La mattina del 2 aprile 1945 mi recai al mio posto di lavoro in collina senza subire i consueti controlli, i guardiani sembravano spariti. Alle sette del mattino suonò l’allarme terrestre, un suono strano, diverso dagli altri che solitamente sentivamo. In fabbrica successe il finimondo: ci fu un fuggi fuggi generale, tra i tedeschi c’era chi gettava la divisa, il distintivo, le armi , tutti a caccia di vestiti civili per darsi alla fuga.

 Noi abbandonammo il posto di lavoro, scendemmo di corsa dalla collina e, approfittando della situazione, ci buttammo nei campi in cerca di patate. Contenti del bottino, ci chiudemmo nelle baracche per cucinare le patate, ma quando erano mezze cotte dovemmo fuggire perché era giunto in paese un carro armato americano che continuava sparare a destra e sinistra; pur riconoscendolo come amico capimmo che era meglio ripararsi nel rifugio dove già si era rinchiusa  la gente del paese. Alle 9,30 (ricordo l’ora precisa) la porta del rifugio si aprì ed entrarono dei soldati americani, dissero a noi prigionieri che eravamo liberi. Ad un certo punto un soldato americano mi si avvicinò e  mi  strinse a sé continuando a ripetere  “o Paisà amico mio”. Tutti e due fummo presi dalla commozione, i miei occhi si riempirono di lacrime. Era proprio finita. Non ci potevo credere.

I soldati americani cominciarono a distribuire cioccolato e sigarette Camel. Ci dissero che potevamo andare nelle case  incustodite dei tedeschi per cercare cibo: loro avrebbero tenuto per un po' i civili  chiusi nel rifugio e così potevamo muoverci liberamente. Non ce lo facemmo ripetere due volte e riuscimmo così procurarci cibo e vestiario. Il giorno seguente, temendo le ritorsioni dei civili, pensammo di fuggire e ci mettemmo in strada con  carrozzine , carriole   e zaini improvvisati diretti verso l’Olanda. Eravamo  circa 60 persone. Giunti a Bebra. a 72 km da Kassel, io mi fermai perché non riuscivo a camminare. Qui feci amicizia con due trevigiani,  Adelio ed Aldo, che erano stati occupati nella mia stessa polveriera. Decidemmo di fermarci un po'  di giorni per rimetterci in forma e tentare il rientro a piedi. Dormivamo  in case abbandonate, in ricoveri attrezzi, nei capanni abbandonati nei campi. Aldo, il più in forma dei tre, usciva in cerca di cibo.  Ci spostavamo con molta cautela, non  potevamo  muoverci liberamente, a volte trovavamo civili locali ostili,  ma la nostra maggior preoccupazione era quella di evitare le truppe inglesi e russe. Gli inglesi non ci vedevano di buon occhio, se trovavano italiani li caricavano nei camion e li mandavano assieme ai prigionieri tedeschi ad aggiustare strade ponti e ferrovie. In quei giorni inoltre era aperta la questione di Trieste. Noi temevamo che la guerra potesse riprendere e noi fatti prigionieri e portati in Siberia: i russi si trovavano a soli 60 km da Bebra.

Rimessoci in forma ci recammo al commando americano e senza mostrare i nostri documenti ci dichiarammo lavoratori civili italiani, e non prigionieri militari, e chiedemmo un lasciapassare per rientrare in Italia. Ottenemmo un permesso di 30 giorni per ritornare a casa, dei buoni pasto da esibire nelle botteghe per avere cibo e un lasciapassare che presentavamo al borgomaster del paese che attraversavamo   per  avere assistenza e indicazioni dove poter dormire.

Il 24 maggio 1945 ci  mettemmo in cammino, percorrevamo  quaranta/cinquanta km. a piedi e in dieci giorni percorremmo 486 km da Bebra a Garmisch dove trovammo dei mezzi del presidio americano di Bolzano che organizzava il rientro degli  italiani e con i camion ci portarono prima a Bolzano e poi a Bassano del Grappa.

A Bassano ci dividemmo Aldo e Adelio proseguirono per Treviso ed io con un mezzo di fortuna giunsi a Caldogno (Vicenza). Era il 5 giugno 1945. La mia odissea era finita.